La Regina senza bastone


In tutte le fiabe arriva un momento in cui il tono della narrazione cambia, assumendo contorni più cupi e concitati. Il “negativo inaspettato” è un passaggio che serve per introdurre il lieto fine, in modo che lasci un ricordo più vivido nel lettore. Che gli doni sollievo dalla tensione e che magari gli trasmetta perfino una sorta di morale.
Anche nella mia avventura dentro “Cosplayland” (potete leggere il brano originale nel mio libro autobiografico 'Alessia in Cosplayland' che trovate qui ) il momento non del tutto luminoso, splendente e felice c'è stato, e non è durato solo qualche momento, ma quasi due anni. Il periodo tra il 2006 e il 2008 è coinciso con il meglio e il peggio del mio essere cosplayer. “Meglio”, perché la quantità di costumi realizzati, riconoscimenti ottenuti, persone con cui ho collaborato ed esibizioni ed eventi creati con il mio zampino non ha avuto eguali. “Peggio”, perché annebbiata da quella forsennata girandola di cose da fare, ho lasciato trasparire un lato di me che non esito a definire pessimo. Essere disabili può suscitare in chi ci circonda due reazioni, che anche se all'opposto, sono entrambe erronee e fuorvianti. Ci si può trovare ad avere a che fare con i “superficiali”, quelli che per anni, squadrandoti dall'alto in basso, ti fanno vergognare di te stesso; e con i “buonisti”, ovvero quelli che per il troppo zelo nel mostrare la loro accettazione verso le persone come me, arrivano non solo a non vedere, ma persino a giustificare ogni tuo atto negativo.Ciò che accomuna entrambe queste categorie è il privare le persone disabili dell'essere considerate semplicemente “persone”. Perché dico questo? Perché se prima di seguire il mio Bianconiglio dai denti d'oro sono stati i “superficiali” a condizionare la mia vita, una volta all'interno di “Cosplayland” ho conosciuto e frequentato talmente tanti “buonisti” da non accorgermi di ciò che stavo diventando. È come mettere uno specchio in fondo ad un campo di fiori per nascondere le erbacce: certo, la visuale risulta più gradevole, ma il difetto celato non fa altro che crescere ed espandersi fino a tramutarsi in un problema ben più serio. Ecco. La stessa cosa è accaduta a me: la mia euforia e il mio entusiasmo si sono allargati ad un punto tale da sconfinare nella mania di protagonismo e nella bulimia di sensazioni e attenzioni. La mia vita era diventata il Cosplay, tutto iniziava e finiva con il prossimo costume e la prossima fiera. Ogni mia energia ruotava attorno a quello e se qualcosa non andava come volevo… Beh, al mio confronto la Regina di Cuori con il suo “Tagliategli la testa!” sarebbe apparsa come una dolce e accondiscendente signora. All'epoca non me ne rendevo conto: proprio come quando a 18 anni mi dissero della mia malattia e caddi in preda alla depressione, allo stesso modo, una volta addentrata nel Cosplay, ne venni fagocitata. Il mio più grande difetto è l'essere incapace di mezze misure. Per me è tutto o niente, il vuoto o l'assoluto. E dove l'AF è stata il mio “niente”, il Cosplay divenne il mio “tutto”. Peccato che così facendo non vedessi più nulla nella giusta prospettiva. Demoralizzarsi, sentirsi sconfitti e inutili nascondendosi dal mondo è sbagliato, ma altrettanto sbagliato e forse perfino più pericoloso, è chiudersi in un microcosmo fittizio in cui ci si sente superiori, famosi, invincibili. E pur di continuare così, si calpesta tutto il resto, arrivando a rovinare ciò che di buono ci è stato regalato.

Posso dire che per rendermene conto e fermarmi appena in tempo mi è servita una bella “bastonata”.


Era il 2008 e partecipai a Cartoomics con quello che probabilmente è ancora il mio costume più monumentale: la regina Elisabetta I d'Inghilterra dal film “Elizabeth – The Golden Age”.
Tutti coloro che mi videro in fiera fecero un plauso alla mia “regale” interpretazione, sottolineando come fosse attinente al personaggio che interpretavo. Ma gli sguardi ammirati, le miriadi di fotografie, i complimenti... Non mi colpirono come avrei creduto. Ne ero quasi indifferente.

Non ero lì per la gloria... Non ero lì per il risultato... E nemmeno per il divertimento... Ero lì per l'orgoglio di poter essere la mia adorata regina Elizabeth per un giorno e fare del mio meglio per renderla reale. La stessa ragione ed emozione di quando avevo vestito per la prima volta i panni di Capitan Jack Sparrow nel 2003. Le dinamiche del Cosplay, che fino a quel momento mi avevano così strettamente avviluppato, rinfocolando tutte le aspirazioni frustrate della mia adolescenza di ragazzina solitaria, c'entravano poco o nulla: mi importava solo del mio personale tributo al personaggio. Elizabeth, o meglio la sua trasposizione cinematografica, mi stava facendo riaprire gli occhi: la sua lontananza e diversità da chiunque le fosse accanto per via del suo status regale, suonava incredibilmente simile alla mia condizione di disabile, che per questo calca un ruolo e ha un posto tra le persone che nessuno può comprendere e condividere fino in fondo. Il termine “lontananza” è stato il filo conduttore di quella Cartoomics. L'ingombrante costume che più di ogni altro mai indossato limitava la mia capacità di movimento, mi relegò sopra ad una specie di piedistallo che mi permise per la prima volta, da quando iniziai la mia “carriera” di cosplayer, di vedere da un nuovo punto di osservazione ciò che mi circondava.


Non me lo sarei mai aspettato eppure, osservando a distanza e con attenzione, lessi chiaramente invidia negli occhi di alcuni dei cosplayer che mi conoscevano ormai da un pezzo, e mi chiesi cosa ci fosse da invidiare in me. Purtroppo era proprio così, e quella consapevolezza mi travolse... L'Atassia di Friedreich mi ha destinato ad una vita diversa, così come una corona impone il futuro a una fanciulla che balla spensierata in un giardino: l'Elizabeth del film. Non è né una benedizione, né tanto meno una scelta: semplicemente è un fatto che non si può modificare. Può dare il via ad una nuova prospettiva di vita, se la si sa accettare. Non mi credo una regina, sia chiaro, ma capisco il personaggio che avevo scelto di impersonare. Come lei, ad un certo punto della vita, ho deciso di trasformarmi da vittima a comandante e “Spiegare le ali e volare alta come le aquile contro la tempesta!”. Purtroppo però, il mondo cerca sempre di tirarti giù proprio quando ti senti più forte e la gente ti ricorda quanto in basso ci si possa spingere. È ciò che è successo durante quella fiera, dove ho visto chi aveva sempre fatto il “buonista” con me dal mio arrivo nel mondo cosplay, passare il tempo a parlare, ridere e scherzare in punti dove potevo osservarli ma non raggiungerli per via dell'ingombro del mio costume. Lo stesso metodo di esclusione che avevo subito durante gli anni di scuola, anche se in questo caso forse perfino peggiore, visto che la motivazione era l’invidia per un mucchio di stoffe tenute insieme da qualche cucitura. Solo pochi mi rimasero vicino e mi fecero compagnia nonostante non potessi quasi muovermi. Veri amici che il Cosplay mi ha regalato, ma per i quali fiere e costumi non sono la ragione per cui ci frequentiamo e apprezziamo... Al massimo sono una buona scusa per divertirsi insieme. Il colpo peggiore però fu quando, al momento di rivestirmi con abiti “civili” per tornare a casa, mi resi conto che qualcuno aveva rubato il bastone che usavo all'epoca per camminare (possiedo numerosi bastoni personalizzati, di cui alcuni dipinti personalmente e altri, comprati all'estero, con decori floreali a renderli più gradevoli). È come se non fossimo disposti a capire che a volte è proprio la bellezza la maschera più grande.
Io uso la gradevolezza dei miei costumi come mezzo per “prendermi una pausa da me stessa” e godermi una giornata diversa dal solito, proprio come decorando i miei bastoni da passeggio facevo di uno strumento indispensabile e necessario qualcosa che mi rallegrasse (proprio come faccio ora mettendo 'in cosplay' anche la mia carrozzina!).
(potete vedere tutti i miei cosplay 'in carrozza' e non seguendo la pagina AleM's Cosplay no Limits su Facebook)

Le ragazze “normali” abbinano scarpe e borsette al loro abbigliamento. Perché non farlo anche con gli ausili per disabili?
Non per questo però tali attenzioni devono essere ritenute sciocche e frivole.

Il risultato di quell'odioso furto a Cartoomics 2008?

Nel momento in cui mi sono accorta che il Cosplay cominciava a prendere il sopravvento sulla mia vita e su chi sono realmente, ho deciso che avrei trovato il modo di essere io a sfruttare il Cosplay per fare qualcosa di davvero utile nella realtà di tutti i giorni.

L’idea di un libro per beneficenza in cui la mia avventura nel mondo del Cosplay mostrasse come la disabilità possa non essere un limite se si riesce ad assumere un differente punto di vista, è nata proprio in quei momenti.



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